La seconda e terza settimana

Dopo la mia prima settimana di dottorato, a cui mi piace pensare come una sorta di periodo di incubazione, le due che sono seguite hanno rappresentato una naturale continuazione in cui le cose hanno iniziato a farsi interessanti.

Sono entrato per la prima volta nell’aula dottorandi da dottorando. L’anno scorso ci andavo per lavorare col dottorando del mio supervisore di tesi magistrale. Eravamo impegnati nell’ampliare i risultati della mia tesi per un articolo che pochi giorni fa ha finalmente visto la luce in veste ufficiale su Physical Review D. All’apparenza ora le cose non sono cambiate, ma come già ho scritto nello scorso articolo, in verità è cambiato tutto.

Ho preso possesso di una scrivania, fatto amicizia con gli altri ragazzi dell’aula (molti già li conoscevo di vista) e familiarizzato con quell’aula ma ora in una veste a me totalmente nuova. Ho potuto constatare come, essendo un ambiente molto grande, ci sia una naturale suddivisione dell’aula in base all’area di appartenenza dei dottorandi. Io sto nella metà della stanza in cui vi sono quelli che si occupano di fisica teorica e sono molto contento di ciò. Ovviamente tutte le sezioni della fisica ha pari nobiltà, ma è inevitabile che poi ognuno veda la propria in modo più appassionato e quasi sentimentale. Siamo essere umani anche noi.

Si è tenuto il primo incontro di gruppo, voluto dal mio professore come appuntamento settimanale per creare appunto un’identità di gruppo, essendo una cosa nuova. Ho presentato l’articolo che funge da base per i miei sviluppi futuri e mi ha molto divertito farlo: è bello parlare di certi argomenti e avere persone che ti ascoltano mentre lo fai, è difficile ricreare situazioni simili all’esterno dell’università, anche se non totalmente impossibile (come quando partecipai a Maggio al Pint of Science). Ho avuto il permesso ufficiale per poter parcheggiare la mia auto all’interno dell’università, segnando la fine dei miei anni di brigantaggio in cui mi intrufolavo senza essere visto. Non sempre mi riusciva, ma quando avevo successo ero immensamente felice, forse più del dovuto per cose di questo tipo che possono sembrare banali.

Ho scelto e comunicato i corsi di dottorato che ho intenzione di seguire, sto scegliendo a quali conferenze partecipare, preparando gli argomenti per il prossimo incontro di gruppo e cercando di vivere tutto questo non alla luce di tutte le peripezie che ho vissuto lo scorso anno, senza cioè che il passato possa ancora una volta intromettersi nell’oggi. Sto pensando al presente, a come fare meglio ciò che ho sempre voluto fare, a come imparare ciò che ho sempre voluto fare e, nel mentre, guardare al futuro finalmente con cauto ottimismo e quasi con un senso di sfida. Siamo tutti vittime del fato e dell’ordine ignoto degli avvenimenti, ma a volte sale in noi la prontezza d’animo e la risolutezza che ci spinge quasi a volerci giocare.

Non sono abituato a essere ottimista ma mi riesce difficile ora non esserlo.